La maturazione non esiste: cosa succede davvero in un impasto

Pizza margherita appena sfornata sulla pala, con il cornicione alto e maculato

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Girano tante frasi sulla maturazione dell’impasto. La più diffusa è questa: più ore fai maturare l’impasto, più diventa digeribile, quasi si “autodigerisce” da solo prima ancora di mangiarlo.

Voglio spiegarti perché questa idea è sbagliata, e cosa succede davvero dentro l’impasto quando lo lasci riposare a lungo.


Cosa chiamiamo “maturazione”

Nell’impasto, mentre riposa, succedono alcune cose chimiche.

Il lievito mangia gli zuccheri della farina e produce gas. Quel gas gonfia l’impasto. Questa la chiamiamo lievitazione, e la vediamo con gli occhi.

Allo stesso tempo, dentro la farina ci sono degli enzimi, già presenti da prima ancora che tu aggiunga il lievito. Alcuni di questi enzimi (le amilasi) rompono l’amido e lo trasformano in zuccheri semplici. Altri enzimi (le proteasi) sciolgono un po’ le proteine del glutine, e l’impasto diventa più morbido ed estensibile.

Questo secondo gruppo di trasformazioni, quello legato agli enzimi, è quello che nel mondo della pizza viene chiamato “maturazione”.

Da quando l’impasto contiene farina, acqua e lievito insieme, queste trasformazioni procedono fianco a fianco, non una dopo l’altra. Lievitazione e maturazione non sono due fasi in sequenza: sono due nomi per processi che lavorano nello stesso momento.


Perché il tempo da solo non dice niente

Il caldo accelera queste reazioni, il freddo le rallenta. È chimica di base.

Il lievito lavora bene tra 20 e 30 gradi, e sotto i 5 gradi rallenta moltissimo. Gli enzimi della farina invece resistono di più al freddo: continuano a lavorare, solo più piano.

Per questo un impasto tenuto due giorni in frigo e uno cresciuto in poche ore al caldo non sono la stessa cosa, anche se gonfiano allo stesso modo: nel primo il lievito è quasi fermo ma gli enzimi hanno avuto più tempo, e l’impasto si stende meglio, è più morbido sotto le mani. È per questo che chi lavora bene usa il freddo lungo apposta, non per far maturare di più, ma per ottenere proprio questa differenza.

Quindi se qualcuno ti dice “il mio impasto matura 72 ore” senza dirti a che temperatura, quel numero non significa niente. Settantadue ore in frigorifero e settantadue ore a temperatura ambiente sono due cose completamente diverse.

Non conta il numero di ore scritto sul menu. Conta la temperatura a cui quelle ore sono passate.


L’idea che la pizza “si autodigerisce” non ha basi

Qui arriviamo al punto che volevo chiarirti.

L’idea che un impasto tenuto tanti giorni si “predigerisca” da solo, diventando più leggero sullo stomaco, non ha un fondamento chimico. Gli enzimi della farina rompono l’amido e ammorbidiscono il glutine, questo è vero, e rendono l’impasto più lavorabile. La digestione però la fai tu, con il tuo intestino, quando mangi.

C’è un dato reale che viene usato per sostenere questa idea, ed è giusto che tu lo conosca. Alcuni studi sulla pizza napoletana hanno misurato cosa succede davvero durante la fermentazione, a temperatura ambiente, non in frigorifero. I fruttani, le sostanze che in molte persone causano gonfiore, calano con il tempo. Ma la digeribilità delle proteine, misurata in laboratorio, resta la stessa: non cambia con le ore.

C’è poi un altro dato interessante, sull’amido. Nella pizza cotta, l’amido che si digerisce in fretta aumenta con le ore di fermentazione, tocca il massimo intorno alle 16 ore e poi torna a scendere. E questo comporta un indice glicemico più alto, non più basso, cioè gli zuccheri nel sangue salgono più in fretta dopo aver mangiato. Chi ti promette una pizza più leggera perché ha fatto tante ore sta usando come argomento di salute un dato che va nella direzione opposta.

Quindi sì, la fermentazione cambia davvero delle cose. Ma niente di tutto questo succede in frigorifero: lì il freddo rallenta tutto, e nessuno studio dice che un impasto tenuto 96 ore in frigo diventi più leggero da digerire.

Pensa alla pasta fresca all’uovo. Non fermenta quasi per niente: giusto una mezz’ora di riposo perché il glutine si rilassi, senza lievito e senza maturazione di nessun tipo. Eppure nessuno passa la notte a bere acqua perché le tagliatelle non erano maturate abbastanza. Se la maturazione fosse davvero la chiave della digeribilità, la pasta fresca sarebbe il cibo più indigesto che esiste. Non lo è.


Cosa succede davvero se esageri con i tempi

Un impasto lasciato riposare troppo a lungo non migliora. Peggiora, e si vede.

Gli zuccheri non sono una scorta fissa: mentre il lievito li consuma, gli enzimi della farina ne liberano di nuovi dall’amido. Ma se la fermentazione va oltre il necessario, il lievito ne consuma più di quanti gli enzimi riescano a produrne. Alla fine ne restano pochi, e quei pochi servono a colorare la crosta in cottura. Se sono quasi finiti, la pizza esce pallida anche da un forno caldissimo.

Gli enzimi che ammorbidiscono il glutine, se lavorano troppo a lungo, lo indeboliscono oltre il necessario. L’impasto diventa appiccicoso e si strappa quando provi a stenderlo.

Con il lievito naturale, l’acidità sale oltre quella prevista dal processo, e gusto e struttura ne risentono.

Vale anche il contrario. Se hai fretta e forzi l’impasto con tanto lievito per farlo pronto in un’ora, quelle trasformazioni non fanno in tempo ad avvenire. Il risultato spesso sa di farina cruda o di lievito, un sapore pungente che si riconosce subito.


Il tempo giusto dipende da cosa vuoi ottenere

Non esiste un tempo di fermentazione giusto in assoluto. Esiste il tempo giusto per il prodotto che stai facendo.

Una pizza napoletana cerca una struttura leggera ed estensibile, che si stende sottile e cuoce in pochi minuti a temperature altissime. Una pizza in teglia, più idratata e cotta più a lungo, ha bisogno di una struttura diversa, più aperta. Il pane ha le sue regole, spesso legate all’acidità e all’aroma del lievito naturale. Un panettone, arricchito di burro, uova e zuccheri, richiede una lievitazione lunga e più impasti successivi, perché il glutine deve reggere un carico che una pizza non ha mai.

Nessuno di questi processi è più corretto degli altri. Sono costruiti per prodotti diversi, con risultati diversi da ottenere.

Il problema nasce quando si prende il tempo lungo che serve a un prodotto (tipo il panettone) e lo si trasforma in un valore universale da inseguire per qualsiasi impasto, come se fosse sempre segno di qualità. È solo il tempo che serve a quel prodotto lì.

Chi lavora bene non insegue un record, né in un senso né nell’altro. Costruisce il processo giusto per il risultato che vuole ottenere.


Perché ci crediamo tutti

Il numero di ore è facile da dire e facile da vendere. “72 ore di maturazione” suona professionale, si scrive su un menu, si confronta con quello del pizzaiolo vicino. Spiegare davvero cosa fa la differenza (temperatura, quantità di lievito, forza della farina) richiede più parole e più competenza.

Le fermentazioni lunghe, fatte bene, danno risultati diversi e spesso più interessanti. Questo è vero. Il problema è pensare che più tempo sia sempre meglio, a prescindere da tutto il resto. Non funziona così.


Cosa guardare davvero

Se vuoi capire se un impasto è pronto, non guardare l’orologio. Guarda:

  • a che temperatura l’hai tenuto;
  • quanto lievito hai usato, perché meno lievito con più tempo può dare lo stesso risultato di più lievito con meno tempo;
  • come si comporta quando lo stendi: un impasto pronto si sente al tatto.

E ricorda che l’amido, che è la parte più abbondante della farina, diventa davvero digeribile in forno: è lì che il calore scioglie la sua struttura. Prima, durante il riposo, qualcosa cambia lo stesso (soprattutto se usi lievito naturale), ma il salto vero lo fa la cottura, non le ore di attesa.

È anche il motivo per cui una pizza poco cotta si fa sentire sullo stomaco, quello che la gente chiama spesso “mi ha lievitato in pancia”. Il lievito però muore appena arriva nell’acido gastrico, non lavora più lì dentro. A gonfiare è l’amido che il forno non ha sciolto del tutto: arriva quasi intatto fino all’intestino, dove sono i batteri a fermentarlo e a produrre gas. Un altro mito che si scioglie guardando cosa succede davvero.


Il frigorifero serve, ma per altro

Il frigorifero è utile. Solo non per il motivo che si racconta di solito.

Ti aiuta a organizzarti: prepari l’impasto quando hai tempo, lo usi quando ti serve. Ti dà più margine, perché rallentando tutto hai una finestra più lunga in cui l’impasto resta buono da usare. Cambia l’aroma, spesso in meglio. E un impasto freddo si lavora meglio, perché è più sodo.

Sono buoni motivi. Nessuno di questi si chiama maturazione, e nessuno migliora solo perché aggiungi altri giorni.


In breve

La maturazione non è una fase separata dalla fermentazione. Esistono lievitazione e attività degli enzimi della farina, che lavorano insieme fin dal primo minuto e vanno più veloci o più lenti a seconda della temperatura. Le ore contano solo insieme a questo dato, mai da sole.

Un impasto riuscito è il risultato di un processo gestito bene: temperatura, lievito e tempo scelti per la farina che usi e per il prodotto che vuoi ottenere.

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